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Il cannocchiale del tenente Dumont

Avercela una penna capace di disegnare con le parole, sarebbe da farsi qualche bracciata a nuoto, come consigliava Giuseppe Pontiggia. Poi, scrivere. E magari dipingendo, con le parole arrivare in alto, a guardare da lassù. Avercela una penna così, con un niente spalanchi vedute mozzafiato e un attimo dopo sei nell’erba, a indovinare gli insetti dal rumore che fanno. Con una penna così, pochi cenni – un tripudio di rondini - e sei dentro fino al collo in una cronaca di diserzione, storia incredibile ma verisimile. Quanto al Dumont del titolo, è la fonte del racconto, lui è quello delle domande, disegna fin da ragazzino, suo padre lo esortava a sapere cosa pensasse guardandolo nelle pupille. Dal 6 maggio grazie a L’Orma in libreria, Il cannocchiale del tenente Dumont di Marino Magliani è romanzo con al centro un tenentino dell’esercito napoleonico in Egitto, è l’estate del 1799 e dall’Africa sta per essere rimpatriato con il capitano Lemoine e il soldato basco Urruti, insieme consuma...

Non doveva andare così

Non doveva andare così. A quarant’anni, mastectomia radicale destra, un’amazzone praticamente. Mai voluta protesi. Dieci anni dopo, sei anni fa, una diagnosi di metastasi ossee agli acetaboli. Una diagnosi senza biopsia, tanto invasiva sarebbe stata. Sei anni di bombardamenti al mio corpo, a me: radioterapia, chemioterapia, ormonoterapia. Nel tempo l’oncologo di sempre andò in pensione, chi gli succedette non mise mai in discussione la sua diagnosi, neppure quando mi trasferì per poco in un altro day hospital. Sei anni di cure devastanti e intanto non morivo ma non camminavo quasi più. Nel tempo con l’oncologo di sempre divenimmo amici e visto come non camminavo e non morivo, un giorno venne a casa a dirmi che no, non sarei morta di lì a poco. La verità vera e probabile era un’errata diagnosi a monte, in poche parole, non si trattava di metastasi ossee bensì di coxoartrosi. Lì per lì non ho ben realizzato, mi sentivo giorno dopo giorno sempre più Euridice rilkiana. Lastre...

Achille Odisseo

  La mia versione dell’Iliade è quella di Rosa Calzecchi Onesti con testo a fronte, che uscì nel 1950 per Einaudi tra “I Millenni”. Della stessa traduttrice, l’Odissea. Nascosta da qualche parte, “L’Ilide ou le poème de la force”, lettura weiliana del poema alle origini della letteratura occidentale, lettura che insegna la forza quale devastatrice di vinti e vincitori. Ora questi libri affollano il tavolo dove leggo e scrivo, chiamati in causa da Achille Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci uscito per Einaudi nella collana Sile Libero VS che apre ai dualismi (ghiottissimo appare l’agone “Atene Sparta. Democrazia e totalitarismo” curato da Eva Cantarella). Il libro, duecento pagine, si divide in quattro parti dove i due eroi omerici non si lasciano mai, avvinti l’uno all’altro ma opposti – Achille piè veloce e Odisseo re astuto. Il primo, biondo e bello da far tremare i polsi è il presente morso a sangue; il secondo, irsuto e muscoloso, è il futuro sempre oltre, mai qu...

Ancora bigotti

  Tra le lotte, la mia preferita è quella tra i sessi: ne hai combinate più tu, tuonava sessuofoba maman, che Carlo in Francia! Ancora bigotti: non lo manda a dire, Edoardo Lombardi Vallauri grazie a Einaudi, rivolgendosi nel sottotitolo agli italiani a tu per tu con la morale sessuale. Vi ricordate quella polifonia di cineasti – Monicelli, De Sica, Fellini e Visconti – insieme a dirigere altrettanti episodi per un film del 1962, Boccaccio ’70 ? Peppino De Filippo era per Fellini il dottor Antonio, le cui tentazioni – Anita Ekberg succinta in un cartellone pubblicitario che invitava a bere più latte –, erano pari alla sua ipocrisia. Un tipo, il moralista, cioè chi dice: tutti devono fare come me, non del tutto scomparso e di cui si potrebbe dire investito anche l’autore. Già, da una morale all’altra. Dall’orrido Catechismo di Woytilaccio – così come nel 1983 Benigni appellò il Papa che contribuì a far di tutto il mondo mercato –, catechismo che condanna onanismo, adulterio, por...

Due vite

  A sentir lui, la scrittura è un mezzo buono per evocare i morti. Consiglia a chi ha nostalgia di qualcuno, di fare lo stesso: scrivete di chi non c’è, e lui o lei sarà con voi. A me è capitato, ma parliamo di lui: Emanuele Trevi che a 56 anni corre per il Premio Strega con “Due vite” edito da Neri Pozza. Dopo Einaudi, Laterza, Rizzoli, Ponte alle Grazie, ora con la casa editrice veneziana tenta di dare una seconda vita al suo libro che racconta due amici scrittori scomparsi presto: Pia Pera e Rocco Carbone. Vi consiglio di leggere queste centoventisette pagine concedendovi un pomeriggio pieno, ne uscirete con la sensazione piacevole che sì, l’autore c’è ma scompare in un abile togliersi di mezzo, da autore ad amico, testimone oculare di tanti fatti divenuti aneddoti, probabilmente. Due vite forse tre, anzi due vite e una voce che dice la sua, deduce, ricorda, sfoglia fotografie, vecchi diari fino a sostituirsi all’amico Rocco nel portare a termine un romanzo uscito postumo. Quasi...

La follia di Holderlin

Occhi dolcissimi, limpidi e profondi tanto da essere fermi: fronte naso bocca, morbidi e sensuali non senza il pudore di chi è innocente. Aveva ventidue anni Friedrich Hölderlin quando Franz Carl Hiemer lo ritrasse, era il 1792. Allora, il poeta di Iperione e di Empedocle e tante altre opere altrettanto meravigliose, era considerato per i suoi talenti, uno dei più fulgidi ingegni di Germania, d’Europa. Talenti onorati da uno studio continuo dal traduttore di Sofocle che teorizzò come chi traduca debba farsi calco e clorofilla. Hölderlin, che sintetizzò la tragedia facendola “=0”. Uomo così sensibile che finì o si fece pazzo, questo il dilemma su cui fa luce Giorgio Agamben con “La follia di Hölderlin”, 241 pagine di “Cronaca di una vita abitante 1806-1843”. Libro con una cronaca doppia, almeno fino al 1809 – cronaca del mondo, da cui spiccano Napoleone e Goethe (quest’ultimo, agli occhi chiari del poeta svevo di Nurtingen, gli aveva impedito l’ingresso da docente all’Accademia e pertan...

Benvenuta vita!

Come crisalide – ma che vita che vita se... – m’avvio all’ennesima metamorphosi. Non moritura né moribonda, ma viva senza più minaccia di lì a breve non essere più. Cinque anni all’ombra di una chiamata di lì a breve che non arrivava più. Non arriverà così, la fine. Il fine rimane tale e quale, vivere! Un fine cui s’aggiunge ancora strada che a dirla tutta non avevo manco chiesto.   Malcerta Euridice, al saperlo . Ora è tempo di digerire il mio destino, ancora una volta. E’ tempo di rinverdire sogni da sognare, desideri da soddisfare. E’ tempo ancora di avere tempo e non darsene. Darmi da fare piuttosto, come al solito. A bientot!