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La femminilità, una trappola


Cosa può la letteratura? A chiederselo, Simone De Beauvoir, ora e ancora in libreria grazie all’edizione di 11 – un’ambassi -, scritti inediti dal 1927 al 1983 pubblicati da L’Orma che li affida a tante traduttrici, sotto il titolo La femminilità, una trappola, ma in inglese suona altrimenti Femininity, the trap.

Per quanto la riguarda, donna libera, la filosofa fu pronta a combattere sui due fronti che le mise di fronte il caso: contro gli uomini riottosi a una relazione alla pari, contro le altre donne, supinamente acquiescenti al mito dell’“eterno femminino”. Mito inventato dagli uomini con il plauso delle donne che intruppano contro se stesse per prima cosa. Quando studiava alla Sorbona, Simone rimase sconvolta a sentire le ragazze dire con umiltà: “E’ un libro da uomini. Noi non riusciremo mai a venirne a capo”. Le prime ad esserne convinte, d’essere inferiori, erano proprio le donne, tanto da inverare la loro inferiorità. Come dire che all’inferno ci finisce chi ci crede. “La donna è al tempo stesso natura e coscienza … è umana, capace di amore e di volere”. L’uomo la teme da sempre, le scrive un copione da “naturalmente inferiore”, per dominarla e mantenersi a posto, non c’è ingiustizia. Invece sì, troppa. Quando l’apostrofavano “La pensa in questo modo perché è una donna”, Simone rispondeva nell’unico modo diretto: “La penso così perché è vero”. Il suo coraggio è di chi sa che la realtà è divenire e ciascuno ne è un punto, nel caso degli scrittori un punto di vista. Unica donna quel 9 dicembre 1964 quando partecipò a un dibattito alla Maison de la Mutualité di Parigi, unica donna in un’assise di uomini, a dire la sua su “noveau roman”. E parlò, del genio come colui che osa per primo dove gli altri mai osarono, ci vuole solitudine e fierezza. Parlò dello scrittore come di chi vive nel proprio tempo, colui che sa offrire uno sguardo avvolgente, da far entrare nella tua vita, pure restando te stesso. Un libro ci parla, chi parla ha una voce, a ciascuno la sua e se è vera, “Abdico il mio io in favore di chi parla, e ciononostante resto me stessa”. Simone De Beauvoir sapeva il libro come qualcosa di inatteso per lo scrittore.

Sapeva la differenza tra letteratura e informazione, quest’ultima no, non ti porta in un’altra dimensione, un altro mondo, ti lascia davanti alla tv mentre sei a tavola e nonostante notizie e immagini da smettere di mangiare, continui come se nulla fosse. Altrove la letteratura autentica, lo scrivere per sapere perché si scrive, ma chi non si attiene alle regole scritte e non scritte suscita noia, indifferenza, e le immancabili critiche sinistre: “Mi è stato detto: L’angoscia per lo scorrere del tempo, l’orrore per la morte, va bene, ha tutto il diritto di sentirsi così. Ma sono affari suoi… non ce li venga a raccontare.” Da sinistra, ricevette molte lettere di questo tenore dopo la pubblicazione de “La forza delle cose”, Simone. A quanti scambiarono il mezzo con il fine erano dirette le sue parole: “Un dolore che trova la parola per raccontarsi smette di essere esclusione radicale, si fa meno insostenibile. Dobbiamo parlare del fallimento, dello scandalo, della morte, e non per far disperare i lettori ma, al contrario, per cercare di salvarli dalla disperazione.” Simone De Beauvoir non credeva bensì viveva un’alta idea di letteratura: rendere trasparenti gli uni altri.

Oggetto in Francia di un’esagerata ostilità, Simone De Beauvoir dà ancora fastidio, come scrive nella riflessione a fine libro, Annie Ernaux tradotta da Lorenzo Flabbi, mentre le traduttrici dei testi inediti sono Elena Cappellini, Beatrice Carvisiglia, Camilla Diez, Claudia Romagnuolo, Elena Vozzi.    

 

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